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La montagna e i sentieri: un appello alla tutela contro l'avanzata delle strade

A mezzo secolo di distanza dalle vigorose denunce di Antonio Cederna riguardo ai 1700 chilometri di strade considerate di dubbia utilità in Valtellina, ci troviamo ancora a confrontarci con una problematica simile. Il dibattito attuale si concentra sulla costruzione di nuove arterie viarie in zone protette, specificamente nelle Orobie valtellinesi. Qui, una proposta di variante al Piano della Viabilità Agro-Silvo-Pastorale del Parco delle Orobie Valtellinesi ha scatenato una forte opposizione. Otto organizzazioni e comitati locali stanno sollecitando l'interruzione dell'aggiunta di 47 chilometri di nuove piste in alta quota, temendo gravi ripercussioni sulla biodiversità, sui percorsi storici e sull'ambiente montano già salvaguardato.

Questi progetti sono spesso presentati come strumenti per la "valorizzazione agricola", la "cura del territorio montano" e il rilancio delle attività pastorali. Tuttavia, la realtà mostra un quadro diverso: i pascoli rimangono deserti, le antiche dimore rurali si trasformano in abitazioni secondarie e il deterioramento ambientale persiste. È chiaro che la soluzione non risiede in nuove infrastrutture, ma ogni intervento di scavo viene ancora oggi propagandato come una panacea. In Valtellina, e non solo, persiste l'erronea convinzione che la costruzione di nuove strade sia la risposta a ogni problema. Poco importa se lo spopolamento non si ferma, se l'allevamento rimane un'attività marginale e se le valli si animano solo nei fine settimana. La strada viene vista come simbolo di progresso, come un mezzo per "salvare" la montagna e come un catalizzatore di miracoli agricoli.

Purtroppo, la storia insegna il contrario. Esistono già migliaia di chilometri di vie sterrate e asfaltate, edificate con le medesime promesse. Il tanto atteso "sviluppo rurale" non è mai decollato. Molte di queste infrastrutture, create a scapito degli antichi sentieri, sono diventate semplici accessi per seconde case, corridoi per un turismo mordi e fuggi, e strutture che non hanno alcun legame con una reale rinascita dell'agricoltura montana. Il risultato è evidente a tutti: rifugi trasformati in casette dall'aspetto rustico ma aperte solo nei weekend, circondate da steccati e aree barbecue celebrate come emblemi di autenticità. La tanto decantata "vita alpina" si riduce spesso a grigliate con carne acquistata al supermercato in pianura e trasportata in auto fino in quota, mentre tutt'intorno i pascoli rimangono silenti. Le nuove strade, create con l'intento di "supportare l'agricoltura", finiscono per favorire principalmente il consumo ricreativo della montagna, piuttosto che la sua salvaguardia.

E non è tutto. Le stesse strade si trasformano in piste per motoslitte durante l'inverno e in percorsi per biciclette elettriche in estate, l'ennesima scorciatoia tecnologica spacciata per esperienza naturale. L'equazione "strade = cura della montagna" è un inganno colossale. È quindi opportuno rivolgere lo sguardo altrove. I sentieri antichi, sopravvissuti all'avanzata delle strade, i selciati dimenticati, le vie che un tempo collegavano alpeggi e vallate – tracciati da mani anonime – pur non godendo di visibilità politica, custodiscono un patrimonio immenso. Essi narrano una conoscenza profonda del territorio, rappresentano le vere arterie che hanno tenuto unita la montagna. Non sono opere d'arte nel senso tradizionale del termine. Non recano firme celebri, né targhe commemorative. Eppure, sono creazioni collettive di un passato senza nome, opere di persone comuni che meritano di essere preservate con la stessa dedizione riservata a un affresco o a una chiesa. Perché in quelle pietre è racchiusa una sapienza, una misura, un legame con la terra che nessun progetto moderno può riprodurre. Una volta distrutti, non torneranno mai più. Nessun progetto di "valorizzazione" potrà ricreare quell'intelligenza territoriale accumulata nel corso dei secoli. Camminare oggi su quei percorsi significa immergersi nel silenzio e nei ricordi. È un'esperienza sensoriale e culturale che nessuna strada potrà offrire. È una lezione su cosa significhi realmente abitare la montagna.

La montagna non ha bisogno di nuove ferite, ma chiede mani attente, passi che ne conoscano le curve e i sussurri. I sentieri antichi, modellati dal tempo e dal cammino, sono vene di memoria. Chi desidera "salvare" la montagna farebbe meglio a percorrere un vecchio sentiero, a osservarlo con occhi capaci di soffermarsi. A comprendere che ciò che è veramente importante non si costruisce, ma si custodisce. Non è la montagna ad avere bisogno di nuove vie, ma siamo noi che dobbiamo imparare a procedere con consapevolezza e rispetto.

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